dm&c - nº1 – 2009
La Buona Comunicazione
di Sarah Canonici
Un libro sul linguaggio della salute, una campagna sui media, un tour di presentazioni, un ciclo di formazione, l’università, l’abbozzo di una nuova cultura. Impariamo tutti a parlare con i malati
Un esempio che sta a buon diritto nelle case histories della “Buona Comunicazione”
Buona comunicazione è buona terapia
Alessandro Lucchini è sempre attento a tutto quanto è legato ad una buona comunicazione. Studia come si fa, lo insegna agli altri e ne scrive tanto. L’ultima sua fatica va a toccare un lato umano che è molto importante: come è bene comunicare con chi è malato.
Ci sembra un ottimo esempio di “Buona Comunicaione” e gli abbiamo chiesto di parlarcene. Ecco cosa ci ha detto.
“Se questa non fosse una storia vera, potrebbe cominciare con la formula delle favole: “C’era una volta”. Invece è realtà. Un paio d’anni fa non lo sapevamo ancora. Lo sentivamo. Poi l’abbiamo studiato, e oggi possiamo dirlo: il linguaggio è un elemento fondamentale per la cura di ogni malattia.
La consapevolezza del linguaggio, scritto e parlato, può fornire tecniche e strumenti che aiutano da un lato i medici, attuali e futuri, e gli altri operatori della sanità, dall’altro i pazienti e i loro famigliari, a comunicare meglio tra loro, e quindi a raggiungere l’obiettivo comune: la salute.
Questa l’idea che una cinquantina di autori - medici, linguisti, giornalisti, professionisti e ricercatori della comunicazione – hanno indagato e poi dimostrato in un libro: Il linguaggio della salute (edizioni Sperling & Kupfer > www.palestradellascrittura.it).
Il libro è pensato per diversi lettori. Per medici, psicoterapeuti, infermieri, professionisti sanitari operanti nel pubblico e nel privato. Per gli studenti delle facoltà di medicina e delle scienze mediche in generale. Per i professionisti che operano nell’industria farmaceutica e negli altri settori legati alla sanità. E poi per formatori, giornalisti e divulgatori di scienza, comunicatori e studiosi del linguaggio.
Ma il libro è pensato anche per tantissimi altri esseri umani che attraversano periodi di malattia e che sono interessati a come possono superarli, anche con il supporto di una comunicazione più efficace. Si considerino poi gli studi medici privati, le farmacie e gli altri luoghi in cui si concentrano le persone alle prese con disturbi di varia natura. Se mettiamo insieme tutto abbiamo un’idea della portata sociale della comunicazione legata alla salute, e quindi della rilevanza di una riflessione sulle sue opportunità di miglioramento.
Un interesse diffuso e profondo come dimostra l’interesse raccolto dai media e dal pubblico presente alle molto presentazioni svolte in tutta Italia nei mesi scorsi. Eventi che sono stati ben più che vetrine di promozione (dettaglio non trascurabile, comunque: i diritti d’autore del libro sono destinati a Emergency): sono stati occasioni di dibattito tra i vari protagonisti del teatro della salute: i medici, gli infermieri, i distretti e le aziende sanitarie, i pazienti, le famiglie, le pubbliche amministrazioni, la società.
Da una ricerca, un libro, un movimento di cultura
Naturalmente la ricerca non è esaurita nel libro e nei tour di presentazione. Il movimento culturale che ha generato continua, con curiosità d’indagine, ben oltre il libro: nel sito www.palestradellascrittura.it, nel blog www.magiadellascrittura.it, e soprattutto nelle aule di formazione.
Due tra i frutti più importanti, in questo campo: un corso per i volontari di Fondazione Humanitas, che operano in uno dei più importanti ospedali milanesi, offrendo il loro supporto a chi vive e a chi lavora nella sofferenza. E un corso per medici e infermieri di pronto soccorso, progettato con la Direzione Sanità di Regione Lombardia e con IReF, l’istituto di formazione della Regione.
È proprio nei pronto soccorso, infatti, che le situazioni possono migliorare o peggiorare a seconda di come le percepiscono da un lato il personale sanitario, dall’altro i pazienti e gli accompagnatori, di come le trattano, di come modulano le loro reazioni. Come in tutti i contesti ad alto tasso di stress, oltre alle competenze degli specialisti, hanno qui un ruolo determinante due elementi: l’intreccio delle relazioni, ossia la capacità di “posizionarsi” interpersonalmente in modo consapevole e corretto, così da comprendere subito la posizione che l’altro sta assumendo nello scambio, evitare le più comuni disfunzionalità relazionali e rendere più efficaci le varie tecniche di comunicazione; e il linguaggio usato: i toni, le pause, gli sguardi, la postura, la gestualità, ma poi proprio le parole, le frasi, i paragoni, le metafore usate per comunicare, specie nelle situazioni di emergenza, da cui dipendono in buona misura la comprensione della gravità di una patologia, e quindi la collaborazione del paziente al suo trattamento.
Oltre alla formazione sul campo, ottimi segnali per il futuro sono anche i primi passi compiuti nell’università: sia le facoltà della comunicazione, come la Iulm di Milano, dove del resto è intuibile un interesse particolare per il linguaggio, sia le facoltà di medicina. Nello scenario desolante di pressoché totale incuria delle facoltà mediche verso i temi della comunicazione e della relazione, che bei segnali la vivacità e l’interesse dei ragazzi, quegli sguardi curiosi e partecipi, quel desiderio di capire e di dire la propria!
E poi una nuova ricerca
Ricerca, poi, chiama ricerca: dal gruppo degli autori de Il linguaggio della salute è già partito un approfondimento del tema: una nuova inchiesta sull'uso dell'umorismo nel linguaggio della salute. È esperienza comune che un sorriso, purché garbato e discreto, da parte di un operatore sanitario, ma anche di un famigliare, o di chi in quel momento si prende cura del malato, può essere di grande aiuto nell'affrontare la difficoltà. E si può andare anche al di là del sorriso: si può pensare all'umorismo in senso pirandelliano, ossia il "sentimento del contrario", la capacità di vedere altre facce della realtà, scegliendo punti di vista differenti. E magari trovare un vantaggio secondario, pur nel disagio della malattia; o una via d’uscita, una luce, dove pareva esserci solo buio.
Questa è una storia che continua. Da questa storia vien da pensare che una buona comunicazione sia possibile, e sia possibile una ricaduta positiva per chi la riceve. E forse anche per chi la produce.”
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Attività
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